I gioielli nella Firenze del Quattrocento sono una manifestazione dell’eleganza, della ricchezza e dell’orgoglio delle classi sociali elevate.
Spesso nascondono simbologie difficili da decifrare o si fanno portatori di messaggi nascosti, vediamoli insieme.
Nel XV secolo, grazie al diffondersi della pittura fiamminga che rappresenta la realtà in modo lenticolare, i ritratti ci tramandano, oltre che la bellezza e la preziosità delle stoffe, anche quella dei gioielli.
Le gemme, provenienti per lo più dall’India, arrivano a Firenze attraverso i grandi traffici commerciali e diventano un bene su cui investire denaro da parte delle famiglie nobili della città.
Botteghe fiorentine specializzate nell’ oreficeria
A Firenze sono presenti numerose botteghe artigiane specializzate nell’oreficeria dove, oltre a oggetti liturgici, quali reliquari, coppe, croci processionali, si eseguono anche gioielli.
Pensiamo, inoltre, che molti artisti come Antonio Pollaiolo e il Verrocchio, per esempio, non sono solo pittori ma anche orafi, che disegnano e realizzano gioielli.
Nelle officine di questi artisti si creano gioielli profani per una clientela privata desiderosa di investire il proprio denaro e di sfoggiarli (oltre che fare “pubblicità” alla bottega) durante le processioni pubbliche.
I gioielli nella Firenze del Quattrocento sono realizzati con pietre preziose, quali diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi che dominano, incontrastati, la scena della gioielleria per tutto il Rinascimento.
Ricordiamo anche che Ghiberti, il vincitore del concorso del 1401 per la realizzazione della Porta nord del Battistero, vince su Brunelleschi anche per un dettaglio tecnico: la sua formella è fusa in un unico pezzo, quindi risulta più leggera rispetto a quella del rivale. Ghiberti è un orafo.
Botticelli ha frequentato la bottega del fratello Antonio, orafo di professione.
La spilla
Nel XV secolo non esistono ancora le parure coordinante che vanno molto di moda a partire dal XIX secolo, ma i ritratti rappresentano dame ornate con molteplici monili.
La spilla spesso è impreziosita da gemme, come vediamo, per esempio, nel Ritratto di donna di Piero del Pollaiolo e conservato alla Galleria degli Uffizi (ne parlo nella seconda parte).
Oltre che appuntata sul petto, la spilla diventa anche una gioia da testa, posta ad impreziosire elaborate acconciature e copricapi.
I gioielli nella Firenze del Quattrocento presentano anche ornamenti da fronte detti lenze o ferronière, che non sono nient’altro che semplici cordoncini dotati di una o più gioie (gemme in castoni d’oro) e fili di perle, mentre compaiono raramente gli orecchini che, nello stesso secolo, sono documentati a Roma o in Sicilia.

Parigi, Musée du Louvre

Ricordiamo anche che nel secolo precedente, la crespina, la reticella usata per impreziosire le acconciature, è abbellita con perle o pietre preziose (vedi il mio articolo La moda nel XIV secolo), quindi le gioie da testa, diciamo, non sono una novità dei gioielli nella Firenze del Quattrocento.
Per gli studiosi di tutte le discipline storiche e artistiche gli inventari sono una fonte preziosa.
E’ da questi che ricaviamo l’importanza, per esempio, degli anelli negli accordi matrimoniali, ma raramente li vediamo rappresentati nei ritratti in quanto le mani sono spesso escluse da questi ultimi.
Tra i gioielli della Firenze del Quattrocento spicca il pendente, indossato appeso su un cordoncino di seta o ad una collana di perle stretta alla base del collo, ad adornare lo scollo con una gemma centrale, solitamente un rubino, con una o più perle pendenti.
I gioielli nella Firenze del Quattrocento: le perle
Le perle sono fondamentali fra i gioielli nella Firenze del Quattrocento e, dai dipinti, notiamo come il loro utilizzo è estremamente vario.
Possono, infatti, essere montate su perni d’oro e usate come gemme nei ciondoli e nelle spille, oppure forate e indossate in fili al collo o fra i capelli e, infine, cucite direttamente sugli abiti.
La moda di cucire le perle o le pietre preziose negli abiti esploderà in pieno nel secolo successivo.
Con la sua rotondità e il candore che la caratterizza, questa gemma marina di origine organica, diventa simbolo di perfezione senza artifici.
Una leggenda indiana raccontata anche da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, racconta la sua nascita dall’ostrica che, spalancando le sue valve alla rugiada celeste, verrebbe da questa fecondata.
Il frutto che nasce, la perla, diventa da subito l’emblema della femminilità e il simbolo perfetto della casta fertilità.
In questi anni hanno molta fortuna i lapidari: testi di autori diversi nei quali accanto ad ogni gemma vengono elencate le sue caratteristiche morfologiche, fisiche e terapeutiche.
I GIOIELLI NELLA FIRENZE DEL QUATTROCENTO DIPINTI DA BOTTICELLI
Fra i pittori del XV secolo spicca fra tutti Botticelli: nel dipinto rappresentante La Fortezza il collegamento gemma-virtù è particolarmente evidente.
I diamanti a punta che il pittore inserisce nella corazza della Virtù, in corrispondenza dei seni, rimandano ad un significato nascosto.
Essi sono definiti da Plinio indomabili, perché capaci di resistere al ferro e al fuoco ed erano, inoltre, famosi per la loro tenace opposizione al taglio.
Il diamante, poi, era considerato insostituibile per tagliare e incidere le altre pietre, e quindi è un naturale emblema di forza.
Inseriti nella corazza della Fortezza, i diamanti indicano non solo l’inviolabilità della protezione metallica estesa all’intera figura della Virtù, ma fanno anche da trait d’union fra quest’opera eun’altra dello stesso artista, Pallade e il Centauro.



Pallade e il centauro
Botticelli, nel famoso dipinto, veste Pallade con una tunica ornata delle stesse punte di diamante in castone d’oro, in corrispondenza dei seni; inoltre il tessuto dell’abito è interamente decorato di anelli con punta di diamante intrecciati a tre e a quattro, riconosciuti come riferimenti ad un emblema utilizzato da numerosi membri di casa Medici.
Da quanto detto è facile ipotizzare che, come in Pallade, anche nella Fortezza, la punta di diamante ammicca all’araldica medicea.
Lorenzo il Magnifico stesso si interessa alla Fortezza, lui che ricordiamo è un membro influente dell’Arte della Mercanzia, l’istituzione che ha commissionato la serie delle Virtù di cui la Fortezza fa parte.
I diamanti di quest’ultima, inoltre, instaurano un rapporto velato con l’ambiente Mediceo nel quale Botticelli desiderava essere accolto, come in seguito effettivamente fu.

Firenze, Gallerie degli Uffizi

e il decoro dell’abito con figure di anelli con punta di diamante intrecciati a tre
o a quattro, emblema utilizzato da numerosi membri di casa Medici.
I gioielli nella Firenze del Quattrocento di Simonetta Vespucci
E cosa dire degli splendidi gioielli che adornano il volto del Ritratto di giovane donna (presumibilmente Simonetta Vespucci, musa di Botticelli), eseguito da Botticelli intorno al 1485?
Sappiamo che la bellezza di Simonetta conquista Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo, del quale diventa l’amante platonica.
La complessa acconciatura a ciocche bionde, libere e intrecciate, decorate con fili di perle, sembra quasi una sorta di aureola che rende l’aspetto di Simonetta non reale.
Sul capo indossa una gioia da testa a forma di fiore, realizzata con un rubino à cabochon al centro, che fa somigliare la fanciulla ad un oggetto e soggetto d’amore in quanto il rubino, con il suo colore rosso intenso, è l’attributo della Carità e dell’Amore.
Assolutamente affascinate è anche il pendente, nel quale si riconosce l’intaglio in corniola del IV secolo a.C. appartenuto a Cosimo il Vecchio e passato, nel 1487, nelle mani di Lorenzo il Magnifico di cui reca il monogramma “Lau.r.med”.
Il gioiello è un raro esempio di gioiello dipinto che collega la dama al milieu mediceo, di cui anche Botticelli faceva parte.

Francoforte, Stadelsches Kunstinstitut


Napoli, Museo archeologico.
Intaglio in corniola appartenuto a Cosimo il Vecchio
e passato nel 1487 a Lorenzo il Magnifico, di cui reca
il monogramma “Lau.r.med”, perfettamente leggibile.
Ritratto d’uomo con medaglia
Anche il bel Ritratto d’ uomo con medaglia, realizzato con una precisione alla fiamminga da Botticelli verso il 1476, è portatore di una simbologia per quanto concerne i gioielli.
L’uomo tiene, innanzitutto, in mano una medaglia con l’effige di Cosimo il Vecchio: come le monete nell’Antichità romana recano l’immagine dell’imperatore di profilo per diffonderne l’effige, così la medaglia nel Rinascimento ha la funzione di tramandare le fattezze di chi è rappresentato, tramandandone l’autorità.
E’ chiaro, quindi, che l’effigiato si dichiara appartenente al seguito del partito mediceo.
Lo stesso indossa due anelli posti alla prima falange del mignolo che assumono una particolare rilevanza, in quanto sottolineano le mani impegnate nel mostrare la medaglia.
Le gemme incastonate sono rispettivamente un rubino e uno smeraldo, spesso scelte per il loro simbolismo di amore e casta fertilità, quando destinati alle spose; portati nel dito più piccolo, spesso l’unico della mano maschile che può accogliere un anello da donna, potrebbero indicare uno stato di vedovanza.

Firenze, Gallerie degli Uffizi.

Alla luce di questo, e calato nel contesto storico di creazione del dipinto, l’immagine potrebbe rappresentare Marco Vespucci, il marito di Simonetta, rimasto vedovo prestissimo e farsi portatrice di un messaggio nascosto: la fedeltà dell’uomo alla famiglia Medici, nonostante i pettegolezzi di un amore clandestino fra Simonetta e Giuliano de’ Medici.
Per questa prima parte è tutto!
Continuate a seguirmi: i gioielli hanno ancora molto da raccontarci e, se vi è piaciuto l’articolo, scrivetemelo nei commenti, grazie!


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